L'idea di questa pagina è quella di condividere riflessioni, emozioni, stati d'animo, stralci di pensieri, citazioni, disegni, immagini, musica, poesie, opere d'arte...

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi)

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi)

Guardate la fotografia qui in parte: insolita no? Qualcosa non quadra… In effetti tutto sembra essere coerente, se non fosse per quel palloncino fatto con la gomma da masticare e forse anche per la posizione leggermente a lato della testa. La luce e lo sfondo cupo si sposano bene con il senso di pesantezza che trasmette l’abito in velluto scuro. È un abito stretto che nella parte superiore sembra calzare quasi come un guanto; la zona del ventre poi sembra quasi non concedere nemmeno la possibilità di movimento al diaframma e quindi la possibilità di un respiro ampio sembra essere preclusa, mentre il velluto continua aderente ad avvolgere tutto il corpo fin su in cima a raggiungere pressochè l’estremità del collo. Il tutto rinforzato e reso ancora più statico dalla postura rigida e composta, nonchè dall’espressione del viso che ha in sé della durezza.

 

Ora, con la fantasia, proviamo togliere gli elementi insoliti e quindi a raddrizzare la testa della ragazza e a levare il palloncino fatto con la gomma da masticare. Ora tutto quadra, tutto torna ad essere familiare.

 

Credo che alcuni pensieri che abbiamo su di noi e sulla nostra vita potrebbero essere in un certo senso rappresentati metaforicamnte da questa immagine così modificata in cui tutto quadra ed è familiare. Penso che possano condividere con essa determinate caratteristiche, ad esempio: possono essere idee, convinzioni e pensieri rigidi, vecchi (nel senso che vengono da un tempo lontano, magari anche dalla nostra infanzia), possono essere pensieri seriosi, duri, austeri, cupi, intransigenti, ecc… ed essere allo stesso tempo paradossalmente rassicuranti perchè familiari ai nostri occhi (li conosciamo bene).

Certi possono riguardare noi, come ad esempio: “io sono fatto così…”, alcuni possono riguardare gli altri o il mondo in generale, tipo: “le altre persone sono fatte così / il mondo è fatto cosà…”, altri ancora possono riguardare noi in relazione agli altri e al mondo, ad esempio: “non serve a nulla che io faccia così, perchè tanto gli altri…perchè tanto la vita...” e così via.

Anche le nostre preoccupazioni, paure ed ansie rispetto a quello che potrebbe accadere di spiacevole nel futuro possono avere queste caratteristiche (questo aspetto lo stiamo in particolar modo toccando con mano tutti noi in questi giorni nei quali il coronavirus è arrivato a spazzare via buona parte delle nostre certezze).

Forse, avere parecchi pensieri di questo tipo, ma soprattutto dare credito a pensieri di questo tipo e prenderli quindi come delle verità su di noi, sul mondo, su quello che avverrà è qualcosa che può davvero finire col farci sentire come stretti in un abito scuro pesante e aderente nel quale diventa difficile respirare liberamente, un abito che stringe come l’ansia, un abito nel quale la pancia, lo stomaco e la gola sono costretti, un abito che può farci sentire profondamente a disagio (anche se a volte non riusciamo nemmeno a sentirlo quel disagio o cerchiamo di scacciarlo, oppure facciamo finta che non ci sia).

 

E ora torniamo per un attimo all’immagine così com’è (con il palloncino) e anzi, immaginiamoci, come fosse un filmato, che la ragazza gonfi il palloncino fino a farlo scoppiare e che poi si lasci andare rilassata in una risata nella quale tutta quella rigidità e quell’aria austera si sciolgono in un sorriso, lasciando spazio alla sua autenticità e alla sua calorosa umanità.

 

Forse, come lei in questa versione immaginata, possiamo provare anche noi ad allentare la presa, a lasciare andare e venire certi pensieri e certe idee che ci portiamo dietro, senza farci la lotta, senza  aggrapparci a loro. Possiamo provare a rilassarci tonando alla realtà, alla semplicità delle piccole cose della vita e al piacere e alla pace che da esse ne può derivare. Se ci accorgiamo che siamo a disagio a causa della nostra rigidità possiamo anche noi provare ad ammorbidirci  e ogni volta che sentiamo che stiamo prendendo qualche pensiero troppo sul serio o che ci stiamo prendendo troppo sul serio, "fare scoppiare il nostro palloncino di chewing gum".

 

L’ho presa un po’ larga, ma tutto questo per dire che anche se non possiamo scegliere se avere o non avere certi pensieri, se coltiviamo la consapevolezza (se diveniamo quindi osservatori attenti del nostro mondo interno) possiamo sempre scegliere quanto credere a quei pensieri, quanto dargli credito, quanto prenderli sul serio. Se prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri corriamo il rischio che siano loro ad avere noi (e non noi ad avere loro) e quindi che siano loro a decidere per noi e a guidare la nostra vita, il che sarebbe davvero molto triste.

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi).

Vademecum e guida antistress per il coronavirus

Qui sotto è possibile scaricare il vademecum (utile su come gestire la paura da coronavirus) e la guida antistress (utile per gestire al meglio il tempo passato in casa). Entrambi creati dal consiglio nazionale ordine psicologi

Riflessioni sulla quarantena: se non possiamo andare fuori, andiamo dentro

Riflessioni sulla quarantena: se non possiamo andare fuori, andiamo dentro

"Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente.
La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità.
A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. 

A capire che il tempo - e non il denaro - è la risorsa più preziosa. 

Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. 

Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. 

È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci."
D. Grossman

 

Stiamo vivendo in un momento molto difficile e di crisi sotto svariati fronti ma come ogni crisi anche potenzialmente molto fecondo. Questo può essere un momento per chiedersi se fino ad oggi abbiamo vissuto in un modo che ci soddisfaceva davvero ed esprimeva profondamente noi stessi oppure no, il momento per porsi la domanda: “la vita che stavo facendo prima di questo stop forzato dato dalla quarantena era davvero la vita che desideravo?

Una domanda la cui risposta prevede una buona dose di onestà e coraggio.

 

 

Spesso viviamo col “pilota automatico” inserito e quando ciò accade questa domanda tende a scivolare sullo sfondo e a perdersi. Vivere in questa modalità senza mai fermarsi un attimo diventa un meccanismo di difesa, un automatismo che mettiamo in atto inconsciamente, al di fuori dalla nostra consapevolezza. E da cosa ci difende questo meccanismo? Ci difende dal conflitto interiore che alberga in noi. Si perchè spesso pur di non confrontarci con aspetti nostri e della nostra vita che ci sarebbero scomodi da osservare siamo disposti a tutto: per esempio a non fermarci un secondo, a raccontarci che tanto a noi va bene così, ma soprattutto a non sentireNon sentire quella parte di noi che non sappiamo ormai più come gestire perché l’abbiamo lasciata sola ed inascoltata per troppo tempo, quella parte che ha bisogni e desideri che nel nostro presente non trovano spazio o ne trovano troppo poco. 

Il fatto di non sentire e di perdere contatto con questa parte rappresenta il nostro modo (illusorio) di risolvere il conflitto interiore; tutto a posto, no? 

Ma il prezzo da pagare è molto alto, come possiamo ben immaginare.

 

 

Direi che le parole di Grossmann ce lo fanno ben intuire: il prezzo è quello di sprecare la nostra vita; e da psicoterapeuta aggiungerei anche (e di conseguenza) accumulare nevrosi e risentimento nei confronti di qualcuno e/o nei confronti della vita proprio per tutta quella vita che non abbiamo vissuto; il che si traduce poi in pesanti rimpianti e sintomi di ogni tipo. 

 

Immagino che per tutti noi non sia facile attraversare questo periodo, questi giorni di pausa e di reclusione che non di rado si riempiono delle più subdole ansie, paure e angosce stimolate dall’emergenza sanitaria in atto. C’è da considerare poi che spesso tutto questo va ad sommarsi a già preesistenti stati ansiosi o depressivi, finendo così per creare un sovraccarico emotivo che può farci sentire schiacciati; qualcosa che davvero può farci mancare il fiato sia simbolicamente che fisicamente anche se i nostri polmoni godono di buona salute. 

 

E se provassimo a vivere questi giorni come se fossero una scelta? Non mi riferisco al vivere come una scelta l’emergenza che stiamo vivendo e tanto meno le tragedie che tanti di noi stanno attraversando. Intendo dire: se provassimo a vivere questa pausa come un momento per fare i conti con noi e con la nostra vita, per guardarci allo specchio con onestà e accettazione? Forse potremmo scoprire qualcosa di nuovo e forse con quel qualcosa di nuovo potremmo dare una nuova direzione e forma al nostro “essere al mondo”. Perchè tutto questo passerà e quando tutto sarà passato starà a noi scegliere se cambiare qualcosa nella nostra vita, perché anche quella passa…facciamo in modo di non sprecarla.

Corona virus: andrà tutto bene? No, andrà tutto come andrà

Corona virus: andrà tutto bene? No, andrà tutto come andrà

Questo articolo nasce dalla sensazione emotiva di irritazione che sto provando in questi giorni nell’essere continuamente bombardato dallo slogan “andrà tutto bene”: alla tele, sui balconi, sui social...

Andate a dirlo a chi ha perso qualcuno a causa di questo virus che “andrà tutto bene” vediamo che effetto fa a queste persone sentirsi dare questa illusoria rassicurazione.

Non è vero che andrà tutto bene e non è nemmeno vero che andrà tutto male. La verità è che non sappiamo come andrà, ma è una verità troppo scomoda per noi uomini post moderni, noi che abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo, noi esseri umani dopati e iperperformanti che respingiamo tutto ciò che è dolore, sofferenza e che releghiamo la malattia e la morte nei reparti degli ospedali. Il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” non è mai stato così vero come in questo periodo!

È troppo scomodo per l’uomo della nostra era stare in questa posizione di sospensione, nell’incertezza, nella paura e nell’angoscia che tutto questo genera e allora come facciamo? facciamo come gli struzzi e mettiamo la testa sotto la sabbia di fornte alla minaccia e ce ne usciamo con questo fantastico slogan “andrà tutto bene”. Andrà tutto bene un cavolo! Magari per qualcuno andrà tutto bene e per qualcun altro no e per qualcun’altro ancora andrà in parte bene e in parte male. L’unica cosa che sappiamo è che c’è qualcosa che possiamo fare: fare la nostra parte e quindi fare il possibile perchè tutto possa andare, per quanto possibile, bene, ovvero: attenerci alle indicazioni dell’organizzazione mondiale della sanità e quindi non uscire se non per reali necessità, usare i dispositivi protettivi, ecc…

La verità, che come struzzi molti di noi non vogliono vedere, è che siamo di fronte ad una minaccia subdola, invisibile, che ci ha colto impreparati e verso la quale non abbiamo una cura certa. Per lo più brancoliamo nel buio, ci arrabattiamo come possiamo, qualche volta troviamo qualcosa che funziona (come ad esempio nel caso del farmaco antireumatoide che si è dimostrato efficace su qualche persona) ma purtroppo, ad oggi, siamo molto lontani dal capire i meccanismi sottostanti e quindi dal trovare una cura scientificamente provata ed efficace.

Capisco che l’intento dello slogan “andrà tutto bene” è quello di dare speranza e di rassicurare, e in piccola parte ne apprezzo l’intento, ma a mio avviso una rassicurazione infondata è una rassicurazione illusoria, non fondata sulla realtà e quindi, per quanto mi riguarda, ne faccio volentieri a meno.

Tra l’altro, credo che questo slogan possa avere anche l’effetto di incentivare l’irresponsabilità di certe persone a mio avviso già irresponsabili verso se stesse e verso gli altri: quelli che se ne fregano e vanno a farsi la passeggiata come se nulla fosse e senza reali necessità, quelli che fanno i party  in gruppo chiamandoli coronaparty quasi a sfidare la minaccia in un’ottica adolescenziale, tra l'altro fuori tempo, ecc…). Si, perché alle orecchie di costoro, un messaggio del genere potrebbe suonare come un ulteriore invito a prendere sottogamba quello che sta accadendo.

Questa piccola riflessione vuole essere un invito a rimanere con i piedi per terra, a non cadere nelle negazione e tanto meno nell’onnipotenza, perché non siamo onnipotenti, siamo umani e quindi anche fragili e  vulnerabili.

Questo messaggio non vuole gettare un ombra di pessimismo, ma invitare ad un’osservazione lucida e realistica di ciò che stiamo vivendo e di come stiamo rispondendo a tutto questo.

Personalmente credo nella speranza e nella resilienza di noi esseri umani (la capacità di riuscire a superare le difficoltà). Se non fosse così non potrei essere uno psicoterapeuta, non riuscirei a svolgere il mio lavoro, ne verrebbero meno i presupposti fondamentali. Ritengo che tutto il mio lavoro si basi, in ultima analisi, proprio su questa fiducia nella tendenza attualizzante che è presente in ogni essere vivente.

Quindi, il mio invito è quello di togliere la testa da sotto la sabbia, guardare in faccia  la realtà senza abbellirla con rassicurazioni illusorie e senza farsi prendere dai fantasmi della paura e del panico; collaborare al massimo con le indicazioni che ci vengono fornite e quindi fare l’unica cosa che è in nostro potere fare per far si che tutto possa andare, per quanto possibile, bene: mantenere un  comportamento responsabile e rispettoso della nostra vita e di quella degli altri.

Coronavirus

Coronavirus

Alla luce degli ultimi sviluppi ho deciso di chiudere temporaneamente l'attività in studio e di effettuare le sedute esclusivamente online, in videochiamata. La tutela della salute è per me un valore imprescindibile e in quanto tale mi ha guidato nel prendere questa decisione. 
Seppur nessuna legge ad oggi mi imponga di chiudere, in scienza e coscienza sento che è questa la scelta giusta per me.

Mi auguro che la situazione migliori a breve, ma nel frattempo possiamo vivere al meglio questi giorni cogliendo questo momento di pausa per fermarci, per rallentare, per ricentrarci e per ridare valore a quello che l’abitudine tende a farci percepire illusoriamente come ovvio e scontato.

Credo che forse buona parte dell’intensa paura e del panico che tutta questa situazione sta generando risieda nel fatto che tendenzialmente non siamo soliti percepire l’intrinseca precarietà insita nella nostra stessa esistenza, e quello che sta accadendo negli ultimi giorni ci sta facendo vedere da vicino quanto ci siano aspetti del nostro “stare al mondo” che sfuggono totalmente al nostro controllo. 


Non possiamo avere il controllo di certe cose e questo è vero ed è stato vero ogni giorno della nostra vita, non solo ora in questi giorni di allerta, ma spesso tendiamo a dimenticarcelo e più ce ne dimentichiamo e più andiamo nel panico quando eventi di questo tipo portano violentemente alla ribalta la possibilità che tutti noi abbiamo di ammalarci, di soffrire e di morire.

Se è vero che non possiamo avere il controllo di certe cose perchè non dipendono da noi è però anche vero che possiamo sempre avere il controllo delle nostre azioni: ad esempio in questi giorni possiamo scegliere di non uscire per non contribuire alla diffusione del virus; possiamo scegliere di non riempirci la mente con ore di talk show che fanno leva proprio sulla paura e sulla morbosità per accaparrarsi gli ascolti; possiamo scegliere di non passare troppo tempo a navigare sul web in cerca di ulteriori notizie ed aggiornamenti, spinti dall’illusione di soddisfare il nostro bisogno di controllo, con il risultato di ritrovarci poi ancora più confusi e disorientati di prima dal mare di informazioni contraddittorie e fake news che possiamo trovare.


Possiamo anche cogliere questo momento per provare ad imparare a gestire i nostri pensieri e le nostre emozioni, evitando così che siano loro ad avere il controllo della nostra mente e dei nostri vissuti; possiamo fare questo attraverso la mindfulness, oppure scrivendo un diario in cui dare voce ai nostri pensieri e alle nostre sensazioni o, ancora, semplicemente affacciandoci alla finestra a guardare il cielo e la primavera che sta arrivando rendendoci contro che c’è anche altro nella nostra vita e che, come tutto, anche questo momento difficile passerà… ci sono tantissimi modi per “allargare lo zoom”, andare oltre e “creare spazio”, sta a noi scoprire quale ci è più congeniale.

Cerchiamo di fare quello che è in nostro potere fare e lasciamo andare tutto il resto, rimanendo centratie fiduciosi.

 

Ciao Marcy...

Ciao Marcy...

Di solito non ci pensiamo, ma lo nostra vita è così fragile, così precaria...un attimo ci sei e l'attimo dopo non ci sei più... Lo stesso dicasi per gli altri, per le persone che occupano uno spazio speciale nel nostro cuore; basta un attimo e tutto cambia. Credo che continuare a pensare a questa precarietà sarebbe un po' come continuare a fissare il sole: finirebbe per accecarci, come dice Yalom. Ma dimenticarcene del tutto, rigettandola totalmente nell'inconscio, finirebbe col farci correre il rischio di non vivere appieno i momenti, le relazioni, in definitiva la nostra stessa vita. 
Forse perchè è proprio la finitudine della vita stessa che può portarci a darle ancora più valore: siamo qui ora e il nostro compito è far si che questo "essere qui ora" sia il più possibile in linea con i nostri desideri più profondi: che possiamo essere le persone che desideriamo essere, che possiamo vivere la vita che desideriamo vivere. 
A volte, per svegliarci da tutto il torpore che ci fa dimenticare che la vita è una sola abbiamo bisogno di confrontarci con esperienze di profonda sofferenza come malattie, lutti, perdite importanti...a quel punto può capitare che, almeno per un po', tutto si ridimensioni, le questioni della vita che sembravano essere problemi insormontabili vengono ridimensionate e tornano ad essere semplicemente quello che sono. C'è un ritorno all'essenziale, un ritorno alle cose davvero importanti e crollano le barriere e le impalcature egoiche e narcisistiche. 
Ci si ritrova ad essere semplicmente esseri umani tra altri esseri umani , tutti che funzionano alla fine in modo simile, tutti che cercano di essere a loro modo felici, tutti che sofforno per le proprie ferite...In questo ritorno all'essenziale, per la mia esperienza, si genera una forza che è diffiicle spiegare, è qualcosa che unisce, accomuna, sostiene, consente di andare oltre...questa è esattamente la forza che ho potuto vivere e sentire pienamente oggi nell'andare a dare l'ultimo saluto ad un ragazzo che ho conosciuto quando era poco più che un bambino e che porterò per sempre nel mio cuore. ❣️

Sulla mancanza d'amore e sul divenire genitori di se stessi

Sulla mancanza d'amore e sul divenire genitori di se stessi

Quando un bambino non viene amato non può mettere in discussione il genitore e la capacità di quest’ultimo di amarlo, non ha possibilità alcuna di fare ciò; finisce quindi col credere di essere lui sbagliato e non meritevole d’amore. Così si instilla quel subdolo senso di colpa che, oltre a minare fin da subito la sua autostima, lo porterà poi da grande a cercare inconsapevolmente amori malati proprio a causa dell’immagine svalutata di Sè e del suo sentirsi indegno d’amore.

Solo rendendoci consapevoli della verità riguardo alla nostra storia di vita e alla nostra infanzia (spesso non proprio idilliaca come avevamo creduto o ci avevano fatto credere) ci liberiamo da essa e dalla triste possibilità che ci determini.

Dobbiamo divenire noi stessi l'adulto che avremmo voluto al nostro fianco nella nostra infanzia

"Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell'infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi,"riparare i guasti", riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l'unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile - e tuttavia così crudele - dell'infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa." A. Miller

 

Oggi possiamo essere noi quell'adulto che avremmo voluto avere al nostro fianco quando eravamo piccoli, possiamo offrire ora, alla nostra parte bambina e spesso ferita che alberga nel profondo del nostro cuore, tutto quell'amore, quell'accettazione e quello sguardo caldo e compassionevole che non ha potuto trovare quando ne aveva bisogno.

Questo è a mio avviso uno dei principali obiettivi di una psicoterapia: riuscire a metterci nella condizione di accettarci ed amarci, colmando quei vuoti antichi in modo costruttivo, attraverso la nostra presenza amorevole a noi stessi, senza dipendere da qualcosa o da qualcuno; poter essere pienamente e liberamente se stessi. 

Dipende dalle circostanze o dipende da noi?

Dipende dalle circostanze o dipende da noi?

“Le navi non affondano perchè c'è acqua intorno a loro. Le navi affondano perchè l'acqua entra in loro. Non lasciare che le cose che accadono intorno a te entrino e ti portino sul fondo" Sun Tzu

 

Questa perla di saggezza ci ricorda l’importanza di mantenere saldi i nostri confini, la nostra centratura e non solo; ci ricorda anche quanto spesso non siano tanto le circostanze a determinare ciò che ci accade, ma quanto sia  il COME noi gestiamo tali circostanze a fare la differenza.

 

 In effetti, l’acqua che fa rovinosamente affondare una nave è la stessa che consente all’altra di arrivare fino all’altro capo del mondo 🌬🌊🌎

Essere e avere

Essere e avere

"Essere o avere? questo è il problema!" 😄

Meno siamo e più abbiamo bisogno di avere, è una forma di compensazione... spesso così non si finisce per possedere, ma per essere posseduti dai propri beni materiali, come dai titoli/riconoscimenti esterni e dalle relazioni verso cui proviamo un forte attaccamento.

C'è chi si sentirebbe di non essere nessuno se non avesse una casa di un certo livello, se non avesse una determinata posizine lavorativa, se non avesse titoli vari...c'è chi si identifica nel simbolo delle griff che porta addosso o nelle macchina che guida, fienedo così per non essere nulla di più di ciò che possiede

Se coltiviamo a sufficienza la dimensione dell'essere possiamo goderci davvero la dimensione dell'avere, il contrario, invece, non è possibile...😉
Veniamo al mondo senza niente e ce ne andiamo senza niente...

Per la mia esperienza, parlando di esseri umani, non di rado accade che più grande e luccicante è la cornice e meno consistente e di valore sia il quadro al suo interno.


Qui sotto riporto una domanda / riflessione di Fromm che calza a pennello... 

”Gli individui che fanno propria la modalità di vita dell’avere, godono della sicurezza, ma sono per forza di cose insicuri. Dipendono da ciò che hanno come denaro, aspetto fisico, potere, beni, in altre parole in qualcosa che è al di fuori di loro. Ma che ne è di loro se perdono ciò che hanno?”

Erich Fromm

Radici e ali

Radici e ali

"Radici" e "ali": il doni più grandi che possiamo ricevere dai nostri genitori e che possiamo donare ai nostri figli. 

C'è chi ha avuto in dono solo "radici" e non riesce a spiccare il volo, altri hanno avuto solo "ali" e non si sentono sufficientemente radicati internamente da poter correre il rischio di volare...altri nessuna delle due.
Se non abbiamo avuto la fortuna di ricevere entrambi questi doni nell'infanzia la nostra autorealizzazione come esseri umani sarà più complicata; ma da adulti, lavorando su noi stessi e sulla nostra storia personale, possiamo donarci ciò che non abbiamo ricevuto in passato e sbloccare la nostra tendenza attualizzante.🌱

Riporto un passaggio di Bowlby sull'importanza dell' offrire ai figli una base sicura: un "luogo" sicuro a cui poter sempre far ritorno e al tempo stesso un trampolino di lancio da cui spiccare il volo verso il mondo (radici e ali)!

"È la caratteristica più importante dell’essere genitori: fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato. In sostanza questo ruolo consiste nell'essere disponibili, pronti a rispondere quando chiamati in causa, per incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando è chiaramente necessario"

J. Bowlby

 

Essere come il mare...🌊

Essere come il mare...🌊

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi vi lascio questa bellissima storia che ci parla di cosa significhi fare spazio alla sofferenza e al dolore; di quanto questo sia importante per non rimanere prigionieri di ciò che ci accade ed ampliare così il nostro panorama interiore e i nostri orizzonti di senso.

Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito.
"Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile".
Il maestro prese una manciata di cenere 
e la lasciò cadere in un bicchiere pieno 
di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: "Queste sono le tue sofferenze".
Tutta l'acqua del bicchiere si intorbidì e s'insudiciò e il maestro la buttò via.

Poi prese un'altra manciata di cenere, 
identica alla precedente, la fece vedere all'uomo, si affacciò alla finestra e la gettò nel mare.
La cenere si disperse in un attimo 
e il mare rimase esattamente come prima.
"Vedi?" spiegò il maestro "ogni giorno 
devi decidere se essere un bicchiere d'acqua o il mare".

Nel nostro cammino di esseri umani, spesso, ci imbattiamo in ostacoli piu' o meno grandi, ma la misura con cui questi riescono a influenzare e a modificare la qualita' della nostra vita dipende solo dal modo in cui noi ci poniamo difronte ad essi. Possiamo scegliere di essere come il mare... 🌊

il falso Sé

il falso Sé

"Nessun uomo può, per un tempo considerevole, portare una faccia per sé e un’altra per la moltitudine, senza infine confonderle e non sapere più quale delle due sia la vera" N Hawthorne

Quando nella nostra storia di vita l'accettazione e l'amore sono stati fortemente condizionati (ad es: genitori che spesso veicolavano anche solo implicitamente messaggi del tipo: "ti voglio bene e/o ti apprezzo solo se...") accade che ci ritroviamo costretti a dover indossare delle maschere per la nostra sopravvivenza psichica.

Finiamo così per staccarci gradualmente dal nostro Sé autentico, che percepiamo in modo distorto come non accettabile e lo camuffiamo con una o più maschere che possano piacere all'altro, nella speranza di colmare finalmente il nostro naturale bisogno di sentirci accettati ed amati.

Questo dramma che inizia nell'infanzia, all'interno delle relazioni primarie, va poi a riproporsi anche nelle altre relazioni della nostra vita. Se non ne prendiamo consapevolezza finiamo per non saper più distinguere cosa sia vero e cosa no dentro di noi, non sappiamo più chi siamo e finiamo per perdere il nostro vero Sé; il che equivale a vivere una vita alienati da noi stessi, grigia, vuota e priva di significato.

 

La sofferenza che mette le ali

La sofferenza che mette le ali

Brutta notizia: la sofferenza è inevitabile nella nostra vita e qualunque tentativo di evitarla non solo è inutile, ma controproducente. 
Buona notizia: anche di fronte alle circostanze più dolorose abbiamo sempre la libertà di scegliere come rapportarci a ciò che accade dentro e fuori da noi.

 


Ho visto persone soccombere di fronte al dolore e ho visto persone fare di quello stesso dolore un paio di ali per volare più in alto di quella sofferenza e spiccare il volo. 

 


Ricordiamoci che: in ultima analisi, a prescindere dalle circostanze esterne, siamo sempre e comunque liberi e quindi anche responsabili della nostra esistenza❣️

 

"La sofferenza non s'arresta, e allora in essa 'siamo parlati', ma può essere trasformata, e allora siamo noi a parlare. La sofferenza è creatrice di libertà. E' proprio l'espressione trasformativa della nostra sofferenza a costituire il nostro compito."
A. Carotenuto

"Quel che sono è sufficiente se solo riesco ad esserlo"

"Quel che sono è sufficiente se solo riesco ad esserlo"

Storia Zen:

"Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al maestro di falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato. 
«E l'altro?» chiese il re. 
«Mi dispiace, sire, ma l'altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell'albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo». 
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo. Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull'albero, giorno e notte. Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema. Il mattino seguente, il re spalanco' la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino. 
«Portatemi l'autore di questo miracolo» ordinò. Poco dopo gli presentarono un giovane contadino. 
«Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re. Intimidito e felice, il giovane spiegò: 
«Non è stato difficile, maestà... Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare!»

Il falco di questa storia non riusciva ad essere un falco, ad incarnare le caratteristiche di cosa realmente fosse, fino a che non ha più avuto l’appoggio del suo ramo. Semplificando e stando in metafora possiamo considerare il giovane contadino come un ottimo psicoterapeuta, anche se in ultima battuta siano sempre noi stessi a tagliare i nostri rami.
Serve coraggio per tagliare i rami; in particolare i rami delle nostre convinzioni su noi stessi, dei condizionamenti che abbiano ricevuto dall’esterno... ma questo può rivelarci chi siamo davvero, il nostro vero Sé, e farci vivere una vita in cui possiamo spiccare il volo. 🦅

Essere come gli alberi

Essere come gli alberi

“Sono come la pianta che cresce sulla nuda roccia: quanto più mi sferza il vento tanto più affondo le mie radici” 
Proverbio Indiano

 

Mi piace osservare gli alberi, credo possano insegnarci tanto: che possiamo essere flessibili e radicati allo stesso tempo 🌬🌳, che per continuare a fiorire 🌸 abbiamo bisogno di lasciare andare ciò che ha fatto il suo corso🍂, che non possiamo essere diversi dalla nostra autentica essenza, che possiamo accogliere il cambiamento delle stagioni della nostra vita senza opporre resistenza🌓, che la vita trova sempre una via 🌱, e molto altro ancora ...

"Se sono una ghianda il mio destino sarà quello di divenire una quercia unica ed irripetibile nella sua specificità, non potrò allontanarmi da questa mia natura se non ad un prezzo molto alto in termini di sofferenza. L’albero diviene semplicemente ciò che è. L’albero è radicato, più i suoi rami sono alti e più le sue radici sono profonde, vibra flessibile al vento senza opporsi pur mantenendo un saldo radicamento col suolo, non trattiene le foglie che hanno fatto il loro corso, accetta le stagioni ed il loro continuo fluire cambiando con esse, non compete con l'albero che gli sta a fianco, non si oppone alla sua stessa natura ed è capace di crescere anche su di una roccia." NZ

 

Sulla paura della morte, o della vita? 🤔...

Sulla paura della morte, o della vita? 🤔...

"Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo 
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano “. 
Khalil Gibran

 



Il fiume di cui ci parla Gibran ha paura della morte o paura della vita?
Il modo stesso in cui ho posto la domanda è fuorviante (volutamente) ma riflette bene la tendenza che la nostra mente ha di dividere, di separare e di collocare su poli opposti aspetti dell'esistenza che sono inscindibili. 
Forse queste due paure non sono altro che le due facce della stessa condizione esistenziale. Forse solo rischiando di entrare pienamente nella vita (e quindi anche nella morte) e abbracciandola in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue contraddizioni la paura diminuirà e il nostro stare al mondo si arricchirà di valore e di significato. ☯️🌦

Lasciar andare la corazza

Lasciar andare la corazza

 

 

 

Lasciare andare la corazza che ci siamo costruiti per sopravvivere nei momenti difficili della nostra vita, magari nella nostra infanzia, quando non potevamo scegliere, è un passaggio fondamentale e necessario per poter tornare a sentire, tornare a vivere pienamente e iniziare a fiorire.

Perché quella che nel passato è stata una protezione necessaria che ci ha preservato dal crollare, ora, nel presente, rappresenta un pesante fardello che ci aliena da noi stessi, dagli altri e dal mondo.

Ci vuole coraggio per abbandonare la corazza che ci ha salvato la vita, ci vuole coraggio per cambiare, ci vuole coraggio per fiorire 🌸

La resilienza e il bisogno di essere amati ci accomunano

La resilienza e il bisogno di essere amati ci accomunano

 

 

L’altro giorno sono passato in ospedale a ritirare una referto, ho dovuto attendere molto e nell’attesa ho osservato con cura le persone: ognuno con la propria storia, con i propri dolori, speranze, gioie, angosce... c’è chi è solo e chi è sostenuto con amore da un proprio caro... insomma, tra luci ed ombre un vero concentrato di umanità.

È meraviglioso poi poter osservare la resilienza di certe persone...che nonostante tutto rimangono motivate a vivere come meglio possono, perché siamo tutti umani e forse, in fondo, non cerchiamo altro che stare bene, essere felici, essere amati. ❤️