Cosa rimane? (Microriflessione sul senso)

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La trappola della scimmia: quando lasciare andare ci libera

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BASTA! ADESSO SMETTILA!! La rabbia dei bambini…e dei grandi che li circondano. (Parte 2)

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BASTA! ADESSO SMETTILA!! La rabbia dei bambini…e dei grandi che li circondano. (Parte 1)

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Il tagliatore di pietre

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Buddha e il lago

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(PARTE 2) GENITORI FERITI – BAMBINI FERITI: PRENDERSI CURA DI NOI È ANCHE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO

(PARTE 2) GENITORI FERITI – BAMBINI FERITI: PRENDERSI CURA DI NOI È ANCHE PRENDERSI CURA DELL’ALTRO

CLICCANDO SULL'IMMAGINE POTETE TROVARE LA SECONDA PARTE DELL'ARTICOLO 

 

I paletti che ci tengono fermi

I paletti che ci tengono fermi

Voglio condividere con voi questo stralcio tratto da “Déjame que te cuente” di Jorge Bucay:

 

"Quando ero piccolo adoravo il circo, ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. 

Durante lo spettacolo faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa mi pareva ovvio che un animale del genere potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire. 

Che cosa lo teneva legato? Chiesi in giro a tutte le persone che incontravo di risolvere il mistero dell’elefante; qualcuno mi disse che l’elefante non scappava perché era ammaestrato… allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?” Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente. 

Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto. Per mia fortuna qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato tanto saggio da trovare la risposta: l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo. 

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato ad un paletto che provava a spingere, tirare e sudava nel tentativo di liberarsi, ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui, così dopo vari tentativi un giorno si rassegnò alla propria impotenza. 

L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché crede di non poterlo fare: sulla sua pelle è impresso il ricordo dell’impotenza sperimentata e non è mai più ritornato a provare… non ha mai più messo alla prova di nuovo la sua forza… mai più!”

Anche noi a volte viviamo come l’elefante, rimanendo attaccati ai nostri paletti pur avendo, in potenza, la possibilità e la forza per essere liberi.

Da cosa sono costituiti questi paletti? Da tutti i condizionamenti che abbiamo appreso nella nostra vita e dalle convinzioni erronee che abbiamo sviluppato su noi stessi.

Rogers direbbe che questi paletti rappresentano i nostri costrutti, dai quali deriva il nostro modo di costruire e decodificare l’esperienza e il nostro concetto di Sé.

 

Per semplificare, facciamo un esempio: se nella mia vita ho fatto esperienza di una o più delusioni, può essere che io abbia decodificato tali esperienze (il significato che ho attribuito a quegli eventi, la lettura che gli ho dato) come conseguenza del fatto che “non sono in grado di”. Questo costrutto (la convinzione di non essere in grado di) può andare poi a strutturarsi nel mio concetto di Sé (l’insieme delle opinioni che ho circa me stesso) ed io finirò per avere una percezione di me come “persona non in grado di” (questa percezione fa parte di quello che Rogers chiama "Sé percepito") e sarà poi con questa percezione distorta di me stesso che mi muoverò nel mondo. Tutto ciò avviene nonostante il fatto che in realtà io sia potenzialmente “in grado di” (quello che Rogers chiama "Sé reale") proprio come l’elefante della storia.

Questa dinamica può verificarsi ogni area della nostra vita, da quella lavorativa a quella amorosa, a quella famigliare, etc…

Raggiungere la consapevolezza di questa incongruenza tra Sé percepito e Sé reale può fare davvero una grandissima differenza nella nostra vita. 

 

Credete che quell’elefante rimarrebbe ancora attaccato al paletto se sapesse che in realtà potrebbe essere libero? 

 

E noi? quali sono i paletti che ci tengono fermi?

(Parte 1) Genitori feriti – bambini feriti: prendersi cura di noi è anche prendersi cura dell’altro

(Parte 1) Genitori feriti – bambini feriti: prendersi cura di noi è anche prendersi cura dell’altro

Che effetto può avere, per un figlio, crescere con genitori che non hanno consapevolizzato le propria storia di vita (luci ed ombre) e non si sono presi cura delle proprie ferite emotive? 

Questa è solo una delle domande su cui vorrei porre l’attenzione, senza la pretesa di essere esaustivo e tantomeno di trovare risposte “definitive”, ma con l’intento di condividere e magari suscitare qualche spunto di riflessione.

Partiamo dal presupposto che uno dei bisogni primari di ogni bambino è quello di essere amato, considerato e preso sul serio per quello che è, con tutte le sue emozioni, sentimenti e con la relativa espressione del proprio mondo emotivo. Partiamo anche dal presupposto che è solo in un'atmosfera di accettazione, autentica considerazione e di tolleranza che nei vari momenti della sua crescita il bambino potrà compiere i passi necessari all'autonomia rinunciando gradualmente alla simbiosi con la madre. 

Il punto è che, a quanto pare, queste caratteristiche di amore, considerazione, accettazione e tolleranza possono essere disponibili nei confronti del figlio solo se i genitori (o le sue figure di riferimento) a loro volta le hanno sperimentate nel proprio nucleo familiare.

I genitori che non hanno potuto beneficiare di tale clima positivo e  facilitante vivono in quello che Alice Miller (psicanalista indipendente) definisce come un antico stato di carenza affettiva che li porterebbe poi a cercare per tutta la vita ciò che non hanno ricevuto in passato al momento giusto, ovvero: qualcuno che li ami, li accetti, che si interessi totalmente a loro, che li capisca fino in fondo e che li prenda sul serio. Se, come spesso accade, questi genitori che stanno in uno stato di carenza affettiva rimuovono attraverso meccanismi di difesa tali bisogni insoddisfatti, questi ultimi divengono inconsci e tendono a venire soddisfatti per vie sostitutive. Qual'è la via sostitutiva che meglio si presta a questo scopo? Secondo la Miller sono proprio i figli. 

Un figlio è infatti sempre disponibile, non ci sfugge come un tempo ci sfuggiva nostra madre o nostro padre, possiamo educarlo e farlo divenire come vogliamo, come piace a noi, da lui possiamo ottenere ammirazione, rispetto, può farci sentire forti, quando ci risulta scomodo o d'impiccio lo possiamo affidare ad altri e grazie a lui è possibile anche sentirsi al centro dell'attenzione. 

Fintanto che il genitore con carenza affettiva non conoscerà la storia rimossa della propria infanzia, continuerà a soddisfare per vie sostitutive, attraverso i figli (spesso anche attraverso i partner, ma questa è un’altra storia…)  i propri bisogni inconsci derivanti da quella carenza che si porta dietro.

 

Facciamo un  esempio prendendo il caso di un bambino che teme di essere abbandonato e i cui genitori si trovino in uno stato di carenza affettiva: i segnali, verbali e non, che il bambino invia ai genitori che esprimono il messaggio “ho paura di essere abbandonato” non possono essere accolti perchè loro stessi hanno bisogni emotivi inconsci irrisolti (talvolta anche molto simili a quelli del figlio) e dipendono da lui perchè rappresenta la via sostitutiva per colmare i "buchi" affettivi lasciati dalle loro esperienze infantili dolorose. 

Il figlio, vedendo che i segnali che invia non vengono accolti, impara presto che questa disponibilità verso i suoi bisogni non c'è e per garantirsi la vicinanza dei genitori impara a reprimere bisogni, emozioni ed esigenze. Nello specifico, in questo caso, potrebbe negare a se stesso il sentimento abbandonico che prova ed il suo bisogno di vicinanza e, di contro, potrebbe iniziare a radicarsi in lui il costrutto (idea/convinzione) che “nella vita bisogna arrangiarsi”.

Quindi, in questo modo i sentimenti di abbandono vengono rimossi, ma ciò non significa che non esercitano e non eserciteranno poi un effetto sulla sua vita quando sarà adulto. La rimozione del sentimento di abbandono, ad esempio, può portare a diversi meccanismi disfunzionali che vanno dalla negazione, all'intellettualizzazione, all'uso di sostanze, alla proiezione, allo sviluppo di perversioni, etc… 

 

In pratica, quello che accade è un adattamento da parte del figlio ai bisogni del genitore, a discapito dei propri. Questo adattamento porta facilmente allo sviluppo di una personalità "come se" che ha molto in comune con il “falso Sé” di Winnicott (celebre pediatra psicanalista che si è occupato molto dell’infanzia) in cui l'individuo si limita ad apparire come ci si aspetta che debba essere e si identifica completamente NON con i sentimenti e con le emozioni che prova, ma con quelli che mostra, gli unici che ritiene essere accettabili per i genitori e successivamente anche per se stesso. 

Quindi, il bambino del nostro esempio potrebbe mostrarsi apparentemente sicuro e non bisognoso di vicinanza perché sente che è così che viene accettato e apprezzato dai genitori, i quali, a loro volta, con ogni probabilità, rinforzeranno questo fasullo atteggiamento di sicurezza e indipendenza, favorendo così sempre più lo sviluppo del falso Sé.

In questo modo il vero Sé (la vera personalità del bambino) e quindi la sua autenticità non trova spazio, non può svilupparsi e nei casi peggiori nemmeno formarsi perchè non può essere vissuto in quanto considerato non accettabile. La persona che si trova e/o si è trovata in queste condizioni sperimenta spesso un grande senso di vuoto perchè è stato reciso l'elemento vitale e spontaneo, è come devitalizzata. 

Dal canto loro, invece, i genitori avranno trovato nel falso sé del bambino il sostituto che cercavano per colmare i propri bisogni di sicurezza, in quanto i genitori con carenze affettive sono generalmente persone molto insicure. Il bambino che non ha potuto costruirsi una propria sicurezza, non potendo contare su di una base sicura, divenuto poi adulto, dipenderà inconsciamente dai genitori (o dalla rappresentazione interna di essi). Si ritroverà ad essere un adulto alienato da se stesso perchè non ha potuto lasciarsi andare e fare esperienza dei propri autentici sentimenti, delle proprie emozioni, del suo essere autenticamente se stesso. Oltre che dai genitori, dipenderà anche dalla conferma di altre figure: dal partner, dal datore di lavoro, dal collettivo, etc…il suo centro di valutazione sarà esterno, non radicato nell’autenticità del suo sentire, con cui ha perso contatto a causa dell’accettazione condizionata che ha trovato nel suo ambiente.

 Winnicott esprime bene questo concetto in questo stralcio: 

"La madre guarda il bambino che tiene in braccio, il piccolo guarda la madre in volto e vi si ritrova...a patto che la madre guardi davvero quell'esserino indifeso nelle sue unicità, e non osservi invece le proprie attese e paure, i progetti che imbastisce per il figlio, che proietta su di lui. In questo caso nel volto della madre non troverà se stesso ma le esigenze della madre. Rimarrà allora senza specchio e per tutta la vita continuerà invano a cercarlo".

 

Il prezzo che si paga per avere "Il bravo bambino che è l'orgoglio dei genitori" è la perdita del suo vero Sé (della sua congruenza) perdita che è drammaticamente funzionale ai bisogni non simbolizzati (inconsci) dei suoi genitori. Questo bambino soffrirà con buona probabilità di insicurezza affettiva e il suo mondo psichico sarà impoverito. 

Una volta diventato adulto, se non avrà modo di recuperare la storia della propria infanzia rimossa (consapevolizzare le proprie ferite infantili) e di elaborare i vissuti dolorosi che questo comporta, è probabile che sarà depresso o si nasconderà dietro una facciata di grandiosità e, se diventerà genitore, trasmetterà tale carenza affettiva ai propri figli.

Le persone che hanno vissuto in un clima di accettazione condizionata (che venivano accettate e amate solo se corrispondevano alle aspettative delle figure di riferimento) una volta divenuti genitori si troveranno in uno stato irrisolto, quello stato interno che Rogers (psicoterapeuta rivoluzionario, fondatore dell'approccio centrato sulla persona) ha chiamato “incongruenza” e questo stato verrà trasmesso al figlio. Tale incongruenza è dovuta dal fatto che per questi genitori sarebbe stato "ieri" (nella loro infanzia) e sarebbe ancora "oggi" (da adulti) troppo doloroso e minaccioso potersi accorgere dei bisogni frustrati che hanno sperimentato da piccoli. Tale minacciosità viene gestita, come abbiamo detto, attraverso la rimozione e/o la distorsione della loro esperienza attuale e passata e quindi anche della loro stessa storia di vita. Questi meccanismi di difesa fanno si che la persona possa anche non giungere mai alla consapevolezza di come sono andate realmente le cose, arrivando quindi a tradire se stessa. La persona tradisce se stessa pur di non tradire gli altri (i propri genitori), pur di non tradire l’immagine di sé che si è costruita per sopravvivere emotivamente (che corrisponde al falso Sé) e anche per tenere in piedi la storia che si è raccontata circa la propria infanzia che spesso è distorta in positivo, come vista attraverso delle lenti rosa. Questo mancato raggiungimento della consapevolezza e della propria verità su se stessi e sulla propria storia sarà uno di quegli anelli che nella catena intergenerazionale trasmetterà l'incongruenza ai figli e ciò avverrà in virtù del fatto che tali bisogni, emozioni e sentimenti, non potendo essere simbolizzati (non potendo accedere alla coscienza) verranno direttamente agiti.

Se un bambino ha la fortuna di crescere con una madre in grado di rispecchiarlo, una madre che Rogers definirebbe congruente (consapevole di sé, della propria storia e libera di essere se stessa) avrà modo di accedere in modo spontaneo ai propri sentimenti e desideri senza sentirsi minacciato, perché l’accettazione e l’amore non saranno condizionati dalle aspettive, dai bisogni irrisolti e dalle carenze affettive della madre. Ciò favorirà nel figlio lo sviluppo di una buona e realistica autostima e soprattutto favorirà lo sviluppo autentico della sua personalità perchè potrà essere se stesso senza scindere o rimuovere bisogni e parti di Sé. In termini rogersiani, sarà congruente e quindi nella sua vita non dipenderà da una valutazione esterna perché la sua bussola sarà nel suo organismo, perché sentirà che potrà fidarsi di quello che sente. 

Prenderci cura di noi è anche prenderci cura anche dell’altro.

In uno dei prossimi articoli prenderò più in considerazione gli effetti di un clima favorevole, di un’accettazione incondizionata e parlerò anche di come fare in modo che, anche nelle situazioni più difficli, per quanto possibile, le ferite dei genitori non vengano trasmesse ai figli.

Se guardiamo in profondità, essere significa sempre "Inter-essere".

Se guardiamo in profondità, essere significa sempre "Inter-essere".

Quello che sta accadendo attorno a noi, nelle nostre città, nei nostri mari, ci sta ricordando che tutto è interconnesso. Ognuno di noi è un universo che ha in sé un universo e allo stesso tempo fa parte di un universo. Tutti questi universi insieme formano poi un unico grande organismo vivente. 

Quello che oggi possiamo osservare è un’ulteriore evidenza che modificando una parte di questo sistema interconnesso se ne modificando conseguentemente anche le altre. Lo vediamo bene in questi giorni in cui l’aver cambiato le nostre abitudini ha comportato dei cambiamenti sull’ambiente che a loro volta hanno comportato cambiamenti nei comportamenti degli animali e questi a loro volta comporteranno altri cambiamenti ancora e così via...

Tutto è in una relazione circolare  e costante con tutto; ad ogni cosa ne corrisponde e consegue un’altra e viceversa. È così che si creano i circoli viziosi che creano sofferenza in noi e nel mondo, ma anche quelli virtuosi che ci consentono di crescere e fiorire provando e comunicando gioia e vita agli altri e al mondo. Questo è vero dalle dimensioni più particolari e focalizzate della nostra vita fino a quelle più generali ed ampie: dalle profonde dinamiche interne di personalità, alle relazioni, alla società, fino ad arrivare all’intero ecosistema. Il tutto in un’ottica sistemica bio-psico-sociale. 

Quello che succede intorno a noi si muove con le stesse dinamiche di quello che si muove dentro di noi e viceversa.

Facciamo un esempio: forse, durante o dopo aver terminato la lettura di quanto qui scritto, potrebbero generarsi in te dei pensieri e/o delle emozioni che potrebbero portarti a intraprendere (o a non intraprendere) determinate azioni e quelle azioni (o non azioni) potrebbero poi avere un effetto su una determinata situazione o persona e quell’effetto potrebbe poi propagarsi ancora e ancora come un effetto domino che ha sua volta potrebbe avere una conseguenza su di te e così via…

Facciamo tutti parte di un unico organismo nel quale siamo tutti importanti e nel quale possiamo fare sempre, ora più che mai, la nostra parte.

 

Riporto qui un’illuminante riflessione di Tich Nhat Hanh sull’inter-essere (immaginate di leggere queste parole stampate su un foglio di carta)

"All’occhio di un poeta, non sfugge certo che in questo foglio di carta c’è una nuvola. Senza la nuvola, non c’è pioggia; senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non si può fare la carta. La nuvola è indispensabile all’esistenza della carta. Se non ci fosse la nuvola, non ci sarebbe nemmeno il foglio di carta. Quindi possiamo dire che la nuvola e la carta inter-sono. Il verbo ‘inter-essere’ non è ancora riportato dal dizionario; ma unendo il prefisso ‘inter’ e il verbo ‘essere’ otteniamo una parola nuova: inter-essere.

Se spingiamo più a fondo il nostro sguardo, vedremo nel foglio di carta anche la luce del sole. Senza luce del sole le foreste non crescono. In realtà, senza luce del sole non cresce nulla. Ecco perché in questo foglio di carta splende il sole. La carta e il sole inter-sono. Continuiamo a guardare: ecco il taglialegna che ha abbattuto l’albero e l’ha portato alla cartiera dove lo trasformano in carta. E c’è anche il grano. Sappiamo che il taglialegna deve la sua esistenza al suo pane quotidiano, quindi in questo foglio di carta c’è anche il grano con cui è fatto il pane del taglialegna. E ci sono pure il padre e la madre del taglialegna.

Questo modo di guardare ci fa capire che senza tutte queste cose il foglio di carta non esisterebbe. Se andiamo ancora più a fondo, vedremo che nel foglio ci siamo anche noi. Non è difficile capire perché: il foglio di carta, quando lo guardiamo, è un elemento della nostra percezione. La vostra mente è lì dentro, e anche la mia. Quindi si può dire che in questo foglio di carta c’è tutto. Non manca nulla: tempo, spazio, terra, pioggia, minerali, luce del sole, nuvola, fiume, calore. Tutto coesiste in questo foglio. Ecco perché ‘inter-essere’ dovrebbe comparire nei dizionari. ‘Essere’ è inter-essere. Non possiamo essere da soli, per conto nostro. Dobbiamo ‘inter-essere’ con tutto il resto. Questo foglio di carta è perché è tutto il resto.

Immaginiamo per un attimo di riportare alla fonte uno degli ingredienti. Immaginiamo di restituire la luce del sole al sole. Credete che il foglio di carta esisterebbe ancora? No, senza luce solare non può esistere nulla. E se restituissimo il taglialegna a sua madre, nemmeno allora ci sarebbe il foglio di carta. In realtà, questo foglio di carta è fatto interamente di ‘non-carta’. Se riportassimo alla fonte tutti gli elementi di non-carta, non resterebbe proprio nessuna carta. Senza non-carta – ossia mente, taglialegna, luce del sole e via dicendo – niente carta. Questo foglio così sottile racchiude in sé tutto l’universo".

Trovo questa riflessione di Tich Nhat Hanh di una semplicità e allo stesso tempo di una complessità sconvolgente.

Come sempre, sta a noi scegliere se rimanere "ciechi" o se guardare in profondità.

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi)

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi)

Guardate la fotografia qui in parte: insolita no? Qualcosa non quadra… In effetti tutto sembra essere coerente, se non fosse per quel palloncino fatto con la gomma da masticare e forse anche per la posizione leggermente a lato della testa. La luce e lo sfondo cupo si sposano bene con il senso di pesantezza che trasmette l’abito in velluto scuro. È un abito stretto che nella parte superiore sembra calzare quasi come un guanto; la zona del ventre poi sembra quasi non concedere nemmeno la possibilità di movimento al diaframma e quindi la possibilità di un respiro ampio sembra essere preclusa, mentre il velluto continua aderente ad avvolgere tutto il corpo fin su in cima a raggiungere pressochè l’estremità del collo. Il tutto rinforzato e reso ancora più statico dalla postura rigida e composta, nonchè dall’espressione del viso che ha in sé della durezza.

 

Ora, con la fantasia, proviamo togliere gli elementi insoliti e quindi a raddrizzare la testa della ragazza e a levare il palloncino fatto con la gomma da masticare. Ora tutto quadra, tutto torna ad essere familiare.

 

Credo che alcuni pensieri che abbiamo su di noi e sulla nostra vita potrebbero essere in un certo senso rappresentati metaforicamnte da questa immagine così modificata in cui tutto quadra ed è familiare. Penso che possano condividere con essa determinate caratteristiche, ad esempio: possono essere idee, convinzioni e pensieri rigidi, vecchi (nel senso che vengono da un tempo lontano, magari anche dalla nostra infanzia), possono essere pensieri seriosi, duri, austeri, cupi, intransigenti, ecc… ed essere allo stesso tempo paradossalmente rassicuranti perchè familiari ai nostri occhi (li conosciamo bene).

Certi possono riguardare noi, come ad esempio: “io sono fatto così…”, alcuni possono riguardare gli altri o il mondo in generale, tipo: “le altre persone sono fatte così / il mondo è fatto cosà…”, altri ancora possono riguardare noi in relazione agli altri e al mondo, ad esempio: “non serve a nulla che io faccia così, perchè tanto gli altri…perchè tanto la vita...” e così via.

Anche le nostre preoccupazioni, paure ed ansie rispetto a quello che potrebbe accadere di spiacevole nel futuro possono avere queste caratteristiche (questo aspetto lo stiamo in particolar modo toccando con mano tutti noi in questi giorni nei quali il coronavirus è arrivato a spazzare via buona parte delle nostre certezze).

Forse, avere parecchi pensieri di questo tipo, ma soprattutto dare credito a pensieri di questo tipo e prenderli quindi come delle verità su di noi, sul mondo, su quello che avverrà è qualcosa che può davvero finire col farci sentire come stretti in un abito scuro pesante e aderente nel quale diventa difficile respirare liberamente, un abito che stringe come l’ansia, un abito nel quale la pancia, lo stomaco e la gola sono costretti, un abito che può farci sentire profondamente a disagio (anche se a volte non riusciamo nemmeno a sentirlo quel disagio o cerchiamo di scacciarlo, oppure facciamo finta che non ci sia).

 

E ora torniamo per un attimo all’immagine così com’è (con il palloncino) e anzi, immaginiamoci, come fosse un filmato, che la ragazza gonfi il palloncino fino a farlo scoppiare e che poi si lasci andare rilassata in una risata nella quale tutta quella rigidità e quell’aria austera si sciolgono in un sorriso, lasciando spazio alla sua autenticità e alla sua calorosa umanità.

 

Forse, come lei in questa versione immaginata, possiamo provare anche noi ad allentare la presa, a lasciare andare e venire certi pensieri e certe idee che ci portiamo dietro, senza farci la lotta, senza  aggrapparci a loro. Possiamo provare a rilassarci tonando alla realtà, alla semplicità delle piccole cose della vita e al piacere e alla pace che da esse ne può derivare. Se ci accorgiamo che siamo a disagio a causa della nostra rigidità possiamo anche noi provare ad ammorbidirci  e ogni volta che sentiamo che stiamo prendendo qualche pensiero troppo sul serio o che ci stiamo prendendo troppo sul serio, "fare scoppiare il nostro palloncino di chewing gum".

 

L’ho presa un po’ larga, ma tutto questo per dire che anche se non possiamo scegliere se avere o non avere certi pensieri, se coltiviamo la consapevolezza (se diveniamo quindi osservatori attenti del nostro mondo interno) possiamo sempre scegliere quanto credere a quei pensieri, quanto dargli credito, quanto prenderli sul serio. Se prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri corriamo il rischio che siano loro ad avere noi (e non noi ad avere loro) e quindi che siano loro a decidere per noi e a guidare la nostra vita, il che sarebbe davvero molto triste.

Non prendiamo troppo sul serio i nostri pensieri (e nemmeno noi stessi).

Vademecum e guida antistress per il coronavirus

Qui sotto è possibile scaricare il vademecum (utile su come gestire la paura da coronavirus) e la guida antistress (utile per gestire al meglio il tempo passato in casa). Entrambi creati dal consiglio nazionale ordine psicologi

Riflessioni sulla quarantena: se non possiamo andare fuori, andiamo dentro

Riflessioni sulla quarantena: se non possiamo andare fuori, andiamo dentro

"Quando l’epidemia finirà, non è da escludere che ci sia chi non vorrà tornare alla sua vita precedente.
La presa di coscienza della fragilità e della caducità della vita spronerà uomini e donne a fissare nuove priorità.
A distinguere meglio tra ciò che è importante e ciò che è futile. 

A capire che il tempo - e non il denaro - è la risorsa più preziosa. 

Chi, potendo, lascerà un posto di lavoro che per anni lo ha soffocato e oppresso. Chi deciderà di abbandonare la famiglia, di dire addio al coniuge, o al partner. Di mettere al mondo un figlio, o di non volere figli. Di fare coming out. Ci sarà chi comincerà a credere in Dio e chi smetterà di credere in lui. Ci sarà chi, per la prima volta, si interrogherà sulle scelte fatte, sulle rinunce, sui compromessi. Sugli amori che non ha osato amare. Sulla vita che non ha osato vivere. 

Uomini e donne si chiederanno perché sprecano l’esistenza in relazioni che provocano loro amarezza. Ci sarà anche chi rivedrà le proprie opinioni politiche, basate su ansie o valori che si disintegreranno nel corso dell’epidemia. Ci sarà chi dubiterà delle ragioni che spingono un popolo a lottare contro un nemico per generazioni, a credere che la guerra sia inevitabile. 

È possibile che un’esperienza tanto dura e profonda come quella che stiamo vivendo induca qualcuno a rifiutare posizioni nazionalistiche per esempio, tutto ciò che ci divide, ci aliena, ci porta a odiare, a barricarci."
D. Grossman

 

Stiamo vivendo in un momento molto difficile e di crisi sotto svariati fronti ma come ogni crisi anche potenzialmente molto fecondo. Questo può essere un momento per chiedersi se fino ad oggi abbiamo vissuto in un modo che ci soddisfaceva davvero ed esprimeva profondamente noi stessi oppure no, il momento per porsi la domanda: “la vita che stavo facendo prima di questo stop forzato dato dalla quarantena era davvero la vita che desideravo?

Una domanda la cui risposta prevede una buona dose di onestà e coraggio.

 

 

Spesso viviamo col “pilota automatico” inserito e quando ciò accade questa domanda tende a scivolare sullo sfondo e a perdersi. Vivere in questa modalità senza mai fermarsi un attimo diventa un meccanismo di difesa, un automatismo che mettiamo in atto inconsciamente, al di fuori dalla nostra consapevolezza. E da cosa ci difende questo meccanismo? Ci difende dal conflitto interiore che alberga in noi. Si perchè spesso pur di non confrontarci con aspetti nostri e della nostra vita che ci sarebbero scomodi da osservare siamo disposti a tutto: per esempio a non fermarci un secondo, a raccontarci che tanto a noi va bene così, ma soprattutto a non sentireNon sentire quella parte di noi che non sappiamo ormai più come gestire perché l’abbiamo lasciata sola ed inascoltata per troppo tempo, quella parte che ha bisogni e desideri che nel nostro presente non trovano spazio o ne trovano troppo poco. 

Il fatto di non sentire e di perdere contatto con questa parte rappresenta il nostro modo (illusorio) di risolvere il conflitto interiore; tutto a posto, no? 

Ma il prezzo da pagare è molto alto, come possiamo ben immaginare.

 

 

Direi che le parole di Grossmann ce lo fanno ben intuire: il prezzo è quello di sprecare la nostra vita; e da psicoterapeuta aggiungerei anche (e di conseguenza) accumulare nevrosi e risentimento nei confronti di qualcuno e/o nei confronti della vita proprio per tutta quella vita che non abbiamo vissuto; il che si traduce poi in pesanti rimpianti e sintomi di ogni tipo. 

 

Immagino che per tutti noi non sia facile attraversare questo periodo, questi giorni di pausa e di reclusione che non di rado si riempiono delle più subdole ansie, paure e angosce stimolate dall’emergenza sanitaria in atto. C’è da considerare poi che spesso tutto questo va ad sommarsi a già preesistenti stati ansiosi o depressivi, finendo così per creare un sovraccarico emotivo che può farci sentire schiacciati; qualcosa che davvero può farci mancare il fiato sia simbolicamente che fisicamente anche se i nostri polmoni godono di buona salute. 

 

E se provassimo a vivere questi giorni come se fossero una scelta? Non mi riferisco al vivere come una scelta l’emergenza che stiamo vivendo e tanto meno le tragedie che tanti di noi stanno attraversando. Intendo dire: se provassimo a vivere questa pausa come un momento per fare i conti con noi e con la nostra vita, per guardarci allo specchio con onestà e accettazione? Forse potremmo scoprire qualcosa di nuovo e forse con quel qualcosa di nuovo potremmo dare una nuova direzione e forma al nostro “essere al mondo”. Perchè tutto questo passerà e quando tutto sarà passato starà a noi scegliere se cambiare qualcosa nella nostra vita, perché anche quella passa…facciamo in modo di non sprecarla.

Corona virus: andrà tutto bene? No, andrà tutto come andrà

Corona virus: andrà tutto bene? No, andrà tutto come andrà

Questo articolo nasce dalla sensazione emotiva di irritazione che sto provando in questi giorni nell’essere continuamente bombardato dallo slogan “andrà tutto bene”: alla tele, sui balconi, sui social...

Andate a dirlo a chi ha perso qualcuno a causa di questo virus che “andrà tutto bene” vediamo che effetto fa a queste persone sentirsi dare questa illusoria rassicurazione.

Non è vero che andrà tutto bene e non è nemmeno vero che andrà tutto male. La verità è che non sappiamo come andrà, ma è una verità troppo scomoda per noi uomini post moderni, noi che abbiamo bisogno di avere tutto sotto controllo, noi esseri umani dopati e iperperformanti che respingiamo tutto ciò che è dolore, sofferenza e che releghiamo la malattia e la morte nei reparti degli ospedali. Il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore” non è mai stato così vero come in questo periodo!

È troppo scomodo per l’uomo della nostra era stare in questa posizione di sospensione, nell’incertezza, nella paura e nell’angoscia che tutto questo genera e allora come facciamo? facciamo come gli struzzi e mettiamo la testa sotto la sabbia di fornte alla minaccia e ce ne usciamo con questo fantastico slogan “andrà tutto bene”. Andrà tutto bene un cavolo! Magari per qualcuno andrà tutto bene e per qualcun altro no e per qualcun’altro ancora andrà in parte bene e in parte male. L’unica cosa che sappiamo è che c’è qualcosa che possiamo fare: fare la nostra parte e quindi fare il possibile perchè tutto possa andare, per quanto possibile, bene, ovvero: attenerci alle indicazioni dell’organizzazione mondiale della sanità e quindi non uscire se non per reali necessità, usare i dispositivi protettivi, ecc…

La verità, che come struzzi molti di noi non vogliono vedere, è che siamo di fronte ad una minaccia subdola, invisibile, che ci ha colto impreparati e verso la quale non abbiamo una cura certa. Per lo più brancoliamo nel buio, ci arrabattiamo come possiamo, qualche volta troviamo qualcosa che funziona (come ad esempio nel caso del farmaco antireumatoide che si è dimostrato efficace su qualche persona) ma purtroppo, ad oggi, siamo molto lontani dal capire i meccanismi sottostanti e quindi dal trovare una cura scientificamente provata ed efficace.

Capisco che l’intento dello slogan “andrà tutto bene” è quello di dare speranza e di rassicurare, e in piccola parte ne apprezzo l’intento, ma a mio avviso una rassicurazione infondata è una rassicurazione illusoria, non fondata sulla realtà e quindi, per quanto mi riguarda, ne faccio volentieri a meno.

Tra l’altro, credo che questo slogan possa avere anche l’effetto di incentivare l’irresponsabilità di certe persone a mio avviso già irresponsabili verso se stesse e verso gli altri: quelli che se ne fregano e vanno a farsi la passeggiata come se nulla fosse e senza reali necessità, quelli che fanno i party  in gruppo chiamandoli coronaparty quasi a sfidare la minaccia in un’ottica adolescenziale, tra l'altro fuori tempo, ecc…). Si, perché alle orecchie di costoro, un messaggio del genere potrebbe suonare come un ulteriore invito a prendere sottogamba quello che sta accadendo.

Questa piccola riflessione vuole essere un invito a rimanere con i piedi per terra, a non cadere nelle negazione e tanto meno nell’onnipotenza, perché non siamo onnipotenti, siamo umani e quindi anche fragili e  vulnerabili.

Questo messaggio non vuole gettare un ombra di pessimismo, ma invitare ad un’osservazione lucida e realistica di ciò che stiamo vivendo e di come stiamo rispondendo a tutto questo.

Personalmente credo nella speranza e nella resilienza di noi esseri umani (la capacità di riuscire a superare le difficoltà). Se non fosse così non potrei essere uno psicoterapeuta, non riuscirei a svolgere il mio lavoro, ne verrebbero meno i presupposti fondamentali. Ritengo che tutto il mio lavoro si basi, in ultima analisi, proprio su questa fiducia nella tendenza attualizzante che è presente in ogni essere vivente.

Quindi, il mio invito è quello di togliere la testa da sotto la sabbia, guardare in faccia  la realtà senza abbellirla con rassicurazioni illusorie e senza farsi prendere dai fantasmi della paura e del panico; collaborare al massimo con le indicazioni che ci vengono fornite e quindi fare l’unica cosa che è in nostro potere fare per far si che tutto possa andare, per quanto possibile, bene: mantenere un  comportamento responsabile e rispettoso della nostra vita e di quella degli altri.

Coronavirus

Coronavirus

Alla luce degli ultimi sviluppi ho deciso di chiudere temporaneamente l'attività in studio e di effettuare le sedute esclusivamente online, in videochiamata. La tutela della salute è per me un valore imprescindibile e in quanto tale mi ha guidato nel prendere questa decisione. 
Seppur nessuna legge ad oggi mi imponga di chiudere, in scienza e coscienza sento che è questa la scelta giusta per me.

Mi auguro che la situazione migliori a breve, ma nel frattempo possiamo vivere al meglio questi giorni cogliendo questo momento di pausa per fermarci, per rallentare, per ricentrarci e per ridare valore a quello che l’abitudine tende a farci percepire illusoriamente come ovvio e scontato.

Credo che forse buona parte dell’intensa paura e del panico che tutta questa situazione sta generando risieda nel fatto che tendenzialmente non siamo soliti percepire l’intrinseca precarietà insita nella nostra stessa esistenza, e quello che sta accadendo negli ultimi giorni ci sta facendo vedere da vicino quanto ci siano aspetti del nostro “stare al mondo” che sfuggono totalmente al nostro controllo. 


Non possiamo avere il controllo di certe cose e questo è vero ed è stato vero ogni giorno della nostra vita, non solo ora in questi giorni di allerta, ma spesso tendiamo a dimenticarcelo e più ce ne dimentichiamo e più andiamo nel panico quando eventi di questo tipo portano violentemente alla ribalta la possibilità che tutti noi abbiamo di ammalarci, di soffrire e di morire.

Se è vero che non possiamo avere il controllo di certe cose perchè non dipendono da noi è però anche vero che possiamo sempre avere il controllo delle nostre azioni: ad esempio in questi giorni possiamo scegliere di non uscire per non contribuire alla diffusione del virus; possiamo scegliere di non riempirci la mente con ore di talk show che fanno leva proprio sulla paura e sulla morbosità per accaparrarsi gli ascolti; possiamo scegliere di non passare troppo tempo a navigare sul web in cerca di ulteriori notizie ed aggiornamenti, spinti dall’illusione di soddisfare il nostro bisogno di controllo, con il risultato di ritrovarci poi ancora più confusi e disorientati di prima dal mare di informazioni contraddittorie e fake news che possiamo trovare.


Possiamo anche cogliere questo momento per provare ad imparare a gestire i nostri pensieri e le nostre emozioni, evitando così che siano loro ad avere il controllo della nostra mente e dei nostri vissuti; possiamo fare questo attraverso la mindfulness, oppure scrivendo un diario in cui dare voce ai nostri pensieri e alle nostre sensazioni o, ancora, semplicemente affacciandoci alla finestra a guardare il cielo e la primavera che sta arrivando rendendoci contro che c’è anche altro nella nostra vita e che, come tutto, anche questo momento difficile passerà… ci sono tantissimi modi per “allargare lo zoom”, andare oltre e “creare spazio”, sta a noi scoprire quale ci è più congeniale.

Cerchiamo di fare quello che è in nostro potere fare e lasciamo andare tutto il resto, rimanendo centratie fiduciosi.

 

Ciao Marcy...

Ciao Marcy...

Di solito non ci pensiamo, ma lo nostra vita è così fragile, così precaria...un attimo ci sei e l'attimo dopo non ci sei più... Lo stesso dicasi per gli altri, per le persone che occupano uno spazio speciale nel nostro cuore; basta un attimo e tutto cambia. Credo che continuare a pensare a questa precarietà sarebbe un po' come continuare a fissare il sole: finirebbe per accecarci, come dice Yalom. Ma dimenticarcene del tutto, rigettandola totalmente nell'inconscio, finirebbe col farci correre il rischio di non vivere appieno i momenti, le relazioni, in definitiva la nostra stessa vita. 
Forse perchè è proprio la finitudine della vita stessa che può portarci a darle ancora più valore: siamo qui ora e il nostro compito è far si che questo "essere qui ora" sia il più possibile in linea con i nostri desideri più profondi: che possiamo essere le persone che desideriamo essere, che possiamo vivere la vita che desideriamo vivere. 
A volte, per svegliarci da tutto il torpore che ci fa dimenticare che la vita è una sola abbiamo bisogno di confrontarci con esperienze di profonda sofferenza come malattie, lutti, perdite importanti...a quel punto può capitare che, almeno per un po', tutto si ridimensioni, le questioni della vita che sembravano essere problemi insormontabili vengono ridimensionate e tornano ad essere semplicemente quello che sono. C'è un ritorno all'essenziale, un ritorno alle cose davvero importanti e crollano le barriere e le impalcature egoiche e narcisistiche. 
Ci si ritrova ad essere semplicmente esseri umani tra altri esseri umani , tutti che funzionano alla fine in modo simile, tutti che cercano di essere a loro modo felici, tutti che sofforno per le proprie ferite...In questo ritorno all'essenziale, per la mia esperienza, si genera una forza che è diffiicle spiegare, è qualcosa che unisce, accomuna, sostiene, consente di andare oltre...questa è esattamente la forza che ho potuto vivere e sentire pienamente oggi nell'andare a dare l'ultimo saluto ad un ragazzo che ho conosciuto quando era poco più che un bambino e che porterò per sempre nel mio cuore. ❣️

Sulla mancanza d'amore e sul divenire genitori di se stessi

Sulla mancanza d'amore e sul divenire genitori di se stessi

Quando un bambino non viene amato non può mettere in discussione il genitore e la capacità di quest’ultimo di amarlo, non ha possibilità alcuna di fare ciò; finisce quindi col credere di essere lui sbagliato e non meritevole d’amore. Così si instilla quel subdolo senso di colpa che, oltre a minare fin da subito la sua autostima, lo porterà poi da grande a cercare inconsapevolmente amori malati proprio a causa dell’immagine svalutata di Sè e del suo sentirsi indegno d’amore.

Solo rendendoci consapevoli della verità riguardo alla nostra storia di vita e alla nostra infanzia (spesso non proprio idilliaca come avevamo creduto o ci avevano fatto credere) ci liberiamo da essa e dalla triste possibilità che ci determini.

Dobbiamo divenire noi stessi l'adulto che avremmo voluto al nostro fianco nella nostra infanzia

"Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell'infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi,"riparare i guasti", riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma è l'unica che ci dia la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile - e tuttavia così crudele - dell'infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa." A. Miller

 

Oggi possiamo essere noi quell'adulto che avremmo voluto avere al nostro fianco quando eravamo piccoli, possiamo offrire ora, alla nostra parte bambina e spesso ferita che alberga nel profondo del nostro cuore, tutto quell'amore, quell'accettazione e quello sguardo caldo e compassionevole che non ha potuto trovare quando ne aveva bisogno.

Questo è a mio avviso uno dei principali obiettivi di una psicoterapia: riuscire a metterci nella condizione di accettarci ed amarci, colmando quei vuoti antichi in modo costruttivo, attraverso la nostra presenza amorevole a noi stessi, senza dipendere da qualcosa o da qualcuno; poter essere pienamente e liberamente se stessi. 

Dipende dalle circostanze o dipende da noi?

Dipende dalle circostanze o dipende da noi?

“Le navi non affondano perchè c'è acqua intorno a loro. Le navi affondano perchè l'acqua entra in loro. Non lasciare che le cose che accadono intorno a te entrino e ti portino sul fondo" Sun Tzu

 

Questa perla di saggezza ci ricorda l’importanza di mantenere saldi i nostri confini, la nostra centratura e non solo; ci ricorda anche quanto spesso non siano tanto le circostanze a determinare ciò che ci accade, ma quanto sia  il COME noi gestiamo tali circostanze a fare la differenza.

 

 In effetti, l’acqua che fa rovinosamente affondare una nave è la stessa che consente all’altra di arrivare fino all’altro capo del mondo 🌬🌊🌎

Essere e avere

Essere e avere

"Essere o avere? questo è il problema!" 😄

Meno siamo e più abbiamo bisogno di avere, è una forma di compensazione... spesso così non si finisce per possedere, ma per essere posseduti dai propri beni materiali, come dai titoli/riconoscimenti esterni e dalle relazioni verso cui proviamo un forte attaccamento.

C'è chi si sentirebbe di non essere nessuno se non avesse una casa di un certo livello, se non avesse una determinata posizine lavorativa, se non avesse titoli vari...c'è chi si identifica nel simbolo delle griff che porta addosso o nelle macchina che guida, fienedo così per non essere nulla di più di ciò che possiede

Se coltiviamo a sufficienza la dimensione dell'essere possiamo goderci davvero la dimensione dell'avere, il contrario, invece, non è possibile...😉
Veniamo al mondo senza niente e ce ne andiamo senza niente...

Per la mia esperienza, parlando di esseri umani, non di rado accade che più grande e luccicante è la cornice e meno consistente e di valore sia il quadro al suo interno.


Qui sotto riporto una domanda / riflessione di Fromm che calza a pennello... 

”Gli individui che fanno propria la modalità di vita dell’avere, godono della sicurezza, ma sono per forza di cose insicuri. Dipendono da ciò che hanno come denaro, aspetto fisico, potere, beni, in altre parole in qualcosa che è al di fuori di loro. Ma che ne è di loro se perdono ciò che hanno?”

Erich Fromm

Radici e ali

Radici e ali

"Radici" e "ali": il doni più grandi che possiamo ricevere dai nostri genitori e che possiamo donare ai nostri figli. 

C'è chi ha avuto in dono solo "radici" e non riesce a spiccare il volo, altri hanno avuto solo "ali" e non si sentono sufficientemente radicati internamente da poter correre il rischio di volare...altri nessuna delle due.
Se non abbiamo avuto la fortuna di ricevere entrambi questi doni nell'infanzia la nostra autorealizzazione come esseri umani sarà più complicata; ma da adulti, lavorando su noi stessi e sulla nostra storia personale, possiamo donarci ciò che non abbiamo ricevuto in passato e sbloccare la nostra tendenza attualizzante.🌱

Riporto un passaggio di Bowlby sull'importanza dell' offrire ai figli una base sicura: un "luogo" sicuro a cui poter sempre far ritorno e al tempo stesso un trampolino di lancio da cui spiccare il volo verso il mondo (radici e ali)!

"È la caratteristica più importante dell’essere genitori: fornire una base sicura da cui un bambino o un adolescente possa partire per affacciarsi nel mondo esterno e a cui possa ritornare sapendo per certo che sarà il benvenuto, nutrito sul piano fisico ed emotivo, confortato se triste, rassicurato se spaventato. In sostanza questo ruolo consiste nell'essere disponibili, pronti a rispondere quando chiamati in causa, per incoraggiare e dare assistenza, ma intervenendo attivamente solo quando è chiaramente necessario"

J. Bowlby

 

Essere come il mare...🌊

Essere come il mare...🌊

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi vi lascio questa bellissima storia che ci parla di cosa significhi fare spazio alla sofferenza e al dolore; di quanto questo sia importante per non rimanere prigionieri di ciò che ci accade ed ampliare così il nostro panorama interiore e i nostri orizzonti di senso.

Un uomo si sentiva perennemente oppresso dalle difficoltà della vita e se ne lamentò con un famoso maestro di spirito.
"Non ce la faccio più! Questa vita mi è insopportabile".
Il maestro prese una manciata di cenere 
e la lasciò cadere in un bicchiere pieno 
di limpida acqua da bere che aveva sul tavolo, dicendo: "Queste sono le tue sofferenze".
Tutta l'acqua del bicchiere si intorbidì e s'insudiciò e il maestro la buttò via.

Poi prese un'altra manciata di cenere, 
identica alla precedente, la fece vedere all'uomo, si affacciò alla finestra e la gettò nel mare.
La cenere si disperse in un attimo 
e il mare rimase esattamente come prima.
"Vedi?" spiegò il maestro "ogni giorno 
devi decidere se essere un bicchiere d'acqua o il mare".

Nel nostro cammino di esseri umani, spesso, ci imbattiamo in ostacoli piu' o meno grandi, ma la misura con cui questi riescono a influenzare e a modificare la qualita' della nostra vita dipende solo dal modo in cui noi ci poniamo difronte ad essi. Possiamo scegliere di essere come il mare... 🌊

il falso Sé

il falso Sé

"Nessun uomo può, per un tempo considerevole, portare una faccia per sé e un’altra per la moltitudine, senza infine confonderle e non sapere più quale delle due sia la vera" N Hawthorne

Quando nella nostra storia di vita l'accettazione e l'amore sono stati fortemente condizionati (ad es: genitori che spesso veicolavano anche solo implicitamente messaggi del tipo: "ti voglio bene e/o ti apprezzo solo se...") accade che ci ritroviamo costretti a dover indossare delle maschere per la nostra sopravvivenza psichica.

Finiamo così per staccarci gradualmente dal nostro Sé autentico, che percepiamo in modo distorto come non accettabile e lo camuffiamo con una o più maschere che possano piacere all'altro, nella speranza di colmare finalmente il nostro naturale bisogno di sentirci accettati ed amati.

Questo dramma che inizia nell'infanzia, all'interno delle relazioni primarie, va poi a riproporsi anche nelle altre relazioni della nostra vita. Se non ne prendiamo consapevolezza finiamo per non saper più distinguere cosa sia vero e cosa no dentro di noi, non sappiamo più chi siamo e finiamo per perdere il nostro vero Sé; il che equivale a vivere una vita alienati da noi stessi, grigia, vuota e priva di significato.

 

La sofferenza che mette le ali

La sofferenza che mette le ali

Brutta notizia: la sofferenza è inevitabile nella nostra vita e qualunque tentativo di evitarla non solo è inutile, ma controproducente. 
Buona notizia: anche di fronte alle circostanze più dolorose abbiamo sempre la libertà di scegliere come rapportarci a ciò che accade dentro e fuori da noi.

 


Ho visto persone soccombere di fronte al dolore e ho visto persone fare di quello stesso dolore un paio di ali per volare più in alto di quella sofferenza e spiccare il volo. 

 


Ricordiamoci che: in ultima analisi, a prescindere dalle circostanze esterne, siamo sempre e comunque liberi e quindi anche responsabili della nostra esistenza❣️

 

"La sofferenza non s'arresta, e allora in essa 'siamo parlati', ma può essere trasformata, e allora siamo noi a parlare. La sofferenza è creatrice di libertà. E' proprio l'espressione trasformativa della nostra sofferenza a costituire il nostro compito."
A. Carotenuto

"Quel che sono è sufficiente se solo riesco ad esserlo"

"Quel che sono è sufficiente se solo riesco ad esserlo"

Storia Zen:

"Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a consegnarli al maestro di falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato. 
«E l'altro?» chiese il re. 
«Mi dispiace, sire, ma l'altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell'albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo». 
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo. Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull'albero, giorno e notte. Un giorno fece proclamare un editto in cui chiedeva ai suoi sudditi un aiuto per il problema. Il mattino seguente, il re spalanco' la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino. 
«Portatemi l'autore di questo miracolo» ordinò. Poco dopo gli presentarono un giovane contadino. 
«Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re. Intimidito e felice, il giovane spiegò: 
«Non è stato difficile, maestà... Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare!»

Il falco di questa storia non riusciva ad essere un falco, ad incarnare le caratteristiche di cosa realmente fosse, fino a che non ha più avuto l’appoggio del suo ramo. Semplificando e stando in metafora possiamo considerare il giovane contadino come un ottimo psicoterapeuta, anche se in ultima battuta siano sempre noi stessi a tagliare i nostri rami.
Serve coraggio per tagliare i rami; in particolare i rami delle nostre convinzioni su noi stessi, dei condizionamenti che abbiano ricevuto dall’esterno... ma questo può rivelarci chi siamo davvero, il nostro vero Sé, e farci vivere una vita in cui possiamo spiccare il volo. 🦅

Essere come gli alberi

Essere come gli alberi

“Sono come la pianta che cresce sulla nuda roccia: quanto più mi sferza il vento tanto più affondo le mie radici” 
Proverbio Indiano

 

Mi piace osservare gli alberi, credo possano insegnarci tanto: che possiamo essere flessibili e radicati allo stesso tempo 🌬🌳, che per continuare a fiorire 🌸 abbiamo bisogno di lasciare andare ciò che ha fatto il suo corso🍂, che non possiamo essere diversi dalla nostra autentica essenza, che possiamo accogliere il cambiamento delle stagioni della nostra vita senza opporre resistenza🌓, che la vita trova sempre una via 🌱, e molto altro ancora ...

"Se sono una ghianda il mio destino sarà quello di divenire una quercia unica ed irripetibile nella sua specificità, non potrò allontanarmi da questa mia natura se non ad un prezzo molto alto in termini di sofferenza. L’albero diviene semplicemente ciò che è. L’albero è radicato, più i suoi rami sono alti e più le sue radici sono profonde, vibra flessibile al vento senza opporsi pur mantenendo un saldo radicamento col suolo, non trattiene le foglie che hanno fatto il loro corso, accetta le stagioni ed il loro continuo fluire cambiando con esse, non compete con l'albero che gli sta a fianco, non si oppone alla sua stessa natura ed è capace di crescere anche su di una roccia." NZ

 

Sulla paura della morte, o della vita? 🤔...

Sulla paura della morte, o della vita? 🤔...

"Dicono che prima di entrare in mare
Il fiume trema di paura.
A guardare indietro
tutto il cammino che ha percorso,
i vertici, le montagne,
il lungo e tortuoso cammino
che ha aperto attraverso giungle e villaggi.
E vede di fronte a sé un oceano così grande
che a entrare in lui può solo 
sparire per sempre.
Ma non c’è altro modo.
Il fiume non può tornare indietro.
Nessuno può tornare indietro.
Tornare indietro è impossibile nell’esistenza.
Il fiume deve accettare la sua natura
e entrare nell’oceano.
Solo entrando nell’oceano
la paura diminuirà,
perché solo allora il fiume saprà
che non si tratta di scomparire nell’oceano
ma di diventare oceano “. 
Khalil Gibran

 



Il fiume di cui ci parla Gibran ha paura della morte o paura della vita?
Il modo stesso in cui ho posto la domanda è fuorviante (volutamente) ma riflette bene la tendenza che la nostra mente ha di dividere, di separare e di collocare su poli opposti aspetti dell'esistenza che sono inscindibili. 
Forse queste due paure non sono altro che le due facce della stessa condizione esistenziale. Forse solo rischiando di entrare pienamente nella vita (e quindi anche nella morte) e abbracciandola in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue contraddizioni la paura diminuirà e il nostro stare al mondo si arricchirà di valore e di significato. ☯️🌦

Lasciar andare la corazza

Lasciar andare la corazza

 

 

 

Lasciare andare la corazza che ci siamo costruiti per sopravvivere nei momenti difficili della nostra vita, magari nella nostra infanzia, quando non potevamo scegliere, è un passaggio fondamentale e necessario per poter tornare a sentire, tornare a vivere pienamente e iniziare a fiorire.

Perché quella che nel passato è stata una protezione necessaria che ci ha preservato dal crollare, ora, nel presente, rappresenta un pesante fardello che ci aliena da noi stessi, dagli altri e dal mondo.

Ci vuole coraggio per abbandonare la corazza che ci ha salvato la vita, ci vuole coraggio per cambiare, ci vuole coraggio per fiorire 🌸

La resilienza e il bisogno di essere amati ci accomunano

La resilienza e il bisogno di essere amati ci accomunano

 

 

L’altro giorno sono passato in ospedale a ritirare una referto, ho dovuto attendere molto e nell’attesa ho osservato con cura le persone: ognuno con la propria storia, con i propri dolori, speranze, gioie, angosce... c’è chi è solo e chi è sostenuto con amore da un proprio caro... insomma, tra luci ed ombre un vero concentrato di umanità.

È meraviglioso poi poter osservare la resilienza di certe persone...che nonostante tutto rimangono motivate a vivere come meglio possono, perché siamo tutti umani e forse, in fondo, non cerchiamo altro che stare bene, essere felici, essere amati. ❤️